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Architettura, consenso, utilità e innovazione

di Vilma Torselli (17/04/2009 - 17:08)

Una lunga citazione da ‘Come nascono le idee’, di Edoardo Boncinelli, per indagare la creatività degli architetti e la ‘qualità sociale’ che si accompagna alla creatività nel connotare l’atto creativo degno di riconoscimento come prodromo di un prodotto socialmente utile. Il che appare particolarmente pertinente all’architettura, in quanto attività creativa accompagnata da un ruolo civico e da una indiscutibile valenza etica.

In sintesi, per usare parole di Antonio Preti e Paola Miotto, che hanno studiato anche il rapporto tra creativtà e psicopatologia, “CREARE significa produrre qualcosa di "originario" che abbia un suo potenziale di fruibilità, riconoscibile per consenso da parte della comunità. Il prodotto creativo è quindi caratterizzato da tre elementi: Novità, Fruibilità, Consenso”.

Se si giudica secondo questi parametri, bisogna dire che la storia dell’architettura passata è piena di creativi ‘incompleti’ e forse per questo incompresi (caso emblematico Francesco Borromini, o anche Gaudì, geniali e innovativi in assenza di consensi allargati) e che pure la storia contemporanea pullula di portatori di consensi altrettanto incompleti, gratificati, nella migliore delle ipotesi, da plauso e consenso della critica per opere che non sono né comprese né condivise dalla comunità in cui si collocano, di alcune delle quali non si sentiva affatto il bisogno mentre per altre ci sono stati clamorosi ed inascoltati rifiuti.

E’ il caso delle numerose archistar, collocabili in una posizione intermedia che vede a monte una innegabile capacità creativa (a volte addirittura in eccesso!) e a valle una risonante affermazione sociale, sia per attributi specificatamente professionali che altri squisitamente personali, mancando il passaggio intermedio che dovrebbe mediare i due estremi e che il professor Boncinelli identifica nella rispondenza "a un bisogno condiviso e che ottenga pubblico consenso".

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