Dopo-terremoto e ricostruzione
Personalmente sono contraria all’accanimento terapeutico, sia sulle persone che sulle cose, ma è materia molto delicata e per questo non regolamentata, e forse non regolamentabile, secondo precisi paletti orientativi, tuttavia mi sento di dire che, specie in Italia, sono troppi i casi di accanimento conservativo verso edifici o opere di dubbio merito o in stato irrecuperabilmente comatoso.
Difficile stabilire un confine al di sotto del quale un bene artistico o architettonico rimane se stesso, il limite a cui ci si può spingere con il recupero senza produrre un edificio che sia altro dall’originale.
Resa possibile e più facile da tecnologie in continuo perfezionamento, oggi “la conservazione non è più una tecnica, è un fine” o un insieme di fini: per gli abitanti locali la conservazione o la ricostruzione com’era-dov’era significa innanzi tutto recupero delle radici e ripristino dei canali psico-affettivi che legano un abitante al suo habitat, per l’Italia significa salvaguardia del proprio patrimonio storico ed eventualmente artistico, nei termini, in ogni caso, di mantenimento di una fruizione principalmente estetica dell’oggetto.
Perché spesso null’altro resta da salvare di edifici concepiti per un contesto socio-ambientale radicalmente mutato, dei quali la funzione è ormai obsoleta e svuotata di significato, incongrua rispetto ai tempi, spesso forzatamente rivisitata sotto le mutate spoglie di non meglio identificati spazi culturali, musei, gallerie, contenitori genericamente polifunzionali di incerta destinazione d’uso .....
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